Sinner forza 8: ora manca solo Roma…

di Matteo Paganelli

Jannik l’ha fatto ancora, e siamo arrivati a cinque Masters 1000 di fila. Un numero impensabile per tutti, da Roger a Rafa, da Nole a quel Carlos Alcaraz che ha dovuto saltare i tornei di casa per un infortunio al polso. Fate attenzione, però. Perché le fatiche fisiche dell’iberico non devono in alcun modo sminuire la portata dell’impresa del suo eterno rivale. Non a caso, in tutti gli altri eventi c’è stato e ha potuto dire la sua.

IL SERVIZIO, UNA CERTEZZA
Che senza Alcaraz per il ragazzo di San Candido le cose diventino nettamente più facili è quasi scontato. Eppure, tolto il primo set contro Bonzi, sarebbe stato difficile pronosticare tutta questa disinvoltura nella corsa al titolo. La gestione dei momenti e delle variazioni è stata perfetta, basti rivedere il secondo set con Jodar per averne un lampante esempio.
A fare la differenza, però, ci ha pensato soprattutto il servizio. Quello stesso servizio che, nei primi anni di carriera, rappresentava una debolezza. E oggi, prima o seconda, slice o kick che sia, è uno dei migliori del circuito. Torneo dopo torneo diventa più sicuro, frutto di un lavoro metodico e continuo di un team perfetto.

QUANTE VARIAZIONI…
Una menzione d’onore è più che meritata anche per i risultati nell’utilizzo dei colpi tagliati. Il back di Jannik ora è più affilato che mai, questo lo si vedeva già dal Sunshine Double, ma Madrid era il posto giusto per rifinire il drop shot. Terra battuta, sì, ma una terra dai rimbalzi alti, senza pietà. Una terra, insomma, dove chi vuole vincere un punto con una smorzata deve essere chirurgico.
In più, l’altura unita allo spin unico che Sinner trova da fondo gli ha offerto spesso e
volentieri palle centrali e a metà campo, perfette per eseguire con efficacia il colpo. Anche perché se Zverev, e non è stato l’unico, rispondeva più vicino ai tabelloni che alla linea di fondo, che il campo si aprisse e si allungasse era quasi inevitabile.

LA DIFFERENZA CON “GLI ALTRI”
Jodar, Fils, Zverev. Tutte le possibili insidie, tutti gli uomini del momento si sono confrontati con il numero uno del mondo, prima o poi. E in ciascuno dei tre incontri, il canovaccio è stato chiarissimo. Jannik è partito sempre forte, più degli avversari, ottenendo uno o due break in avvio di prima frazione per imporsi. Viceversa, contro Bonzi, di certo meno quotato, l’azzurro si è preso del tempo per testare le condizioni di gioco ed ha anche perso un set.
Sembrava un segnale di pericolo, invece è stato proprio quel primo parziale ad agevolare il torneo dell’allievo di Vagnozzi. Il trend è chiaro: spesso e volentieri i primi turni vengono usati per testare armi nuove e capire come muoversi, per poi integrare le novità alle certezze negli ultimi atti. Una strategia che forse, in alcuni momenti, fa perdere qualche match di troppo, come è accaduto contro Mensik in Qatar.

LA LEZIONE DI TSITSIPAS
La verità, però, è un’altra. Sono tanti i giocatori che hanno dato tutto ancora ragazzini, da Thiem a Tsitsipas, per poi faticare a crescere e a mantenere l’equilibrio quando gli avversari hanno imparato a conoscerli. Cahill e compagnia questo lo sanno benissimo, si sono semplicemente regolati di conseguenza.
La priorità è una carriera sana, lunga e che porti divertimento a tutti, dal ragazzo coi capelli rossi ai suoi tifosi. E se i numeri continueranno ad essere questi potremo finalmente parlare di un italiano sul trono tra i più grandi di sempre. I risultati sono bellissimi, ma se ottenuti con questa filosofia valgono ancora di più. E ora testa a Roma…

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